L’articolazione del ginocchio in ambito fisioterapico e di movimento rappresenta un argomento centrale vista la grandissima incidenza di infortuni che colpiscono questa struttura, tanto potente quanto delicata del nostro corpo. Cercheremo di affrontare in maniera sintetica un tema che meriterebbe una trattazione estremamente ampia, ma soprattutto proveremo a guardare la funzionalità del ginocchio da una prospettiva quantomeno differente rispetto a quella comune.

Ancora oggi per i professionisti del settore è molto comune imbattersi in prescrizioni da parte di ortopedici e fisiatri che suggeriscono la soluzione chirurgica in gran parte delle problematiche che colpiscono il ginocchio. La chirurgia è sicuramente una valida alternativa, ma quello su cui non siamo d’accordo è che sia “giusta” per chiunque: stessa patologia, stessa soluzione. Dal nostro punto di vista, partire dalle esigenze e necessità quotidiane, di prestazione e lavorative del cliente risulta indispensabile per soppesare il rischio-beneficio di sottoporsi alla chirurgia. Di conseguenza, questa “educazione informazionale” del cliente, come supportato da studi scientifici significavi, rappresenta la prima delle fasi rieducative.

Fatta questa doverosa premessa, non ci focalizzeremo sul come valutare le lesioni del ginocchio ma sull’applicazione di alcuni concetti biomeccanici e fisici alla rieducazione per il tramite del movimento.

Il primo concetto di cui vogliamo parlarvi è la compressione che il nostro corpo subisce da parte della gravità. Quotidianamente la struttura tensegrale  del nostro corpo cerca di vincere la forza di gravità per consentirci il movimento. Tuttavia, è oramai comune osservare questa forza “piegare e storcere” il corpo che, a sua volta, prova a salvaguardare i 3 principi posturali fondamentali: equilibrio, comfort e non dolore.

Capita spesso dunque, che le articolazioni, giunture deputate a connettere la nostra struttura, risentano di queste modificazioni e, nonostante la loro straordinaria resistenza, avviino dei processi di deterioramento o vadano incontro a rottura in seguito alle innumerevoli sollecitazioni. Gonartrosi, lesioni meniscali e rotture del legamento crociato anteriore sono solo le più comuni conseguenze di tale situazione applicata all’articolazione del ginocchio.

Un secondo aspetto di cui vogliamo parlarvi è quello di considerare il ginocchio come uno “snodo di carico” tra caviglia e anca. È oramai molto diffusa tra i trainer ed i fisioterapisti la giusta convinzione che il ginocchio risenta delle problematiche che colpiscono queste due articolazioni adiacenti.

Perché succede realmente? È sufficiente asserire che, essendo il ginocchio un’articolazione stabile, la perdita di mobilità nelle due articolazioni vicine provochi un danno allo stesso? Secondo il nostro modo di vedere, il discorso è un po’ più complesso e le dinamiche fasciali rivestono un ruolo chiave nel tentativo di migliorare la funzionalità di un ginocchio. L’equilibrio tensegrile risulta nuovamente un aspetto imprescindibile per poter assicurare il giusto scarico di forze, facendo in modo che tutta la struttura, e non solo parte di essa, sia allineata e funzionale a preservare l’articolazione.

Da un punto di vista biomeccanico infatti, e qui entriamo nel terzo punto, molto di quello che comunemente facciamo in palestra o che viene proposto come “miglioramento della performance” risulta incentivare, a nostro parere, lo sviluppo di pattern di movimento potenzialmente dannosi. Il problema non è rappresentato dall’esercizio in sé, poiché probabilmente non esistono esercizi “sbagliati” a prescindere, quanto le modalità con cui viene svolto.

Entrando ora nello specifico, ci piacerebbe analizzare ad esempio il Lunge.

Alcuni concetti come evitare il valgismo del ginocchio, considerare angolo Q e lunghezza del femore nel valutare come “corretto” questo movimento, sono ormai chiari alla maggior parte dei professionisti. Quello che manca è l’intenzionalità (@FunctionalPatterns per saperne di più in merito).

Capita spesso, infatti, di avere dei feedback dalle persone che non rispecchiano l’obiettivo che volevamo raggiungere tramite l’esercizio; eccessivo carico o stretch sul back leg, grossa pressione sulla rotula o ipercontrazione del quadricipite se confrontato con il complesso gluteo femorali, sono solo alcune delle situazioni molto comuni che riscontriamo nei clienti. In ultima analisi, non è difficile notare una completa disattivazione della parte superiore del corpo con tronco, torace e addome che non concorrono alla corretta realizzazione del gesto. Tutto questo è legato indissolubilmente alle serie e ripetizioni da svolgere che, in questa fase, valgono poco o nulla.

Quello che invece cerchiamo e chiediamo durante l’esecuzione di questo pattern è innanzitutto una reale connessione con il suolo (ground force tension) che provochi un richiamo di attivazione ancor prima di eseguire il movimento. Durante la fase di discesa vogliamo mantenere la spina neutrale e muoverci in maniera reciproca con l’arto superiore contro laterale ed il torace. Il tutto coadiuvato dalla fondamentale attivazione del TVA (trasversus abdominis) che consente, attraverso la corretta connessione di tutte le fasce superficiali, di creare quell’impalcatura mio-osteo-fasciale che ha come scopo la decompressione articolare.

In particolare quello che auspichiamo per il corpo ( e per le sue articolazioni) è che si possa muovere come un elastico, e non come un pistone, all’interno di tutti i movimenti quotidiani e/o sportivi.

Per far ciò durante l’esecuzione della piegata proveremo a generare tensione eccentrica nel quadricipite attraverso la ground force tension, in simbiosi con la naturale attivazione eccentrica della fascia gluteo-ischiocrurali. Solamente alcune porzioni degli ischiocrurali forniranno ancoraggio e punto fisso alla tibia. Tutto si capovolgerà, per l’appunto, come un elastico caricato di energia potenziale e si tramuterà nella risalita quasi spontanea richiamata dalla precedente tensione eccentrica, mentre, volontariamente invertiamo la direzione di forza al suolo.

Non abbiamo intenzionalmente accennato a quello che dovrebbe succedere al bacino (agli emibacini per precisione), ma per ora basti sapere di tenere la struttura allineata quanto più possibile. Questo piccolo esempio rappresenta la volontà che abbiamo di cominciare ad evolvere il pensiero di movimento e rieducazione che è completamente differente da quello di performance, pur tuttavia conservando l’idea che tutto l’approccio performante dovrebbe essere basato su principi di ragionamento similari.

Infine, chiudiamo richiamando il concetto di lavorare sul SNC per poter fissare i risultati ottenuti. Proprio con questa mission il lavoro rieducativo dovrebbe essere “minuzioso e vigoroso”  nel tentativo di costruire o ricostruire un engramma motorio in grado di essere inserito negli schemi posturali della persona, ma soprattutto multidiscplinare poiché ci sono alcuni aspetti che la pura biomeccanica non può risolvere se non viene prima facilitata da altre discpline.

Consci della particolarità di alcuni argomenti trattati, speriamo quantomeno di instillare un dubbio in tanti colleghi e/o persone comuni che abbiano poi voglia di confrontarsi con noi e costruire insieme una nuova cultura del movimento.

“NON TANTO DI CADERE E RIALZARSI, QUANTO DI COSTRUIRE IL PROPRIO EQUILIBRIO VI AUGURO LA FORZA.”

 

 

1 Comment

  • Stefano Tronconi

    2 Novembre 2018 @ 22:07

    Bravi ragazzi, lavorate davvero bene. Avanti cosi 💪💪💪

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